“Anche se i generi alimentari sono indicati come uno dei settori in cui i listini sono a maggior crescita, l’inflazione importata penalizza gli agricoltori; guadagnano sempre meno, perché la forbice costi-prezzi continua a rilevarsi micidiale. Ad esempio il rincaro della frutta (+1,9% a febbraio su gennaio) è dovuta anche agli effetti del ‘caro petrolio’, costo che ha inciso notevolmente sulla movimentazione di questi prodotti di sensibile deperibilità”. Lo ha sottolineato Confagricoltura in relazione ai dati Istat sui prezzi al consumo a febbraio diffusi oggi.

“Anche se si registrano rincari al consumo per i prodotti caseari (+0,5% su base congiunturale) ed il pane (+0,3%) – prosegue Confagricoltura – i prezzi all’origine sono in caduta libera. Da febbraio si è registrata, in negativo, la volatilità delle quotazioni a termine per tutte le commodities agricole: cereali, oleaginose, zucchero, caffè, cacao, ecc. Anche i prezzi all’origine sui mercati nazionali sono entrati in una fase di ribassi, che non sembra destinata ad esaurirsi a breve”.

Sia i mercati azionari sia quelli delle commodities risentono, ad avviso di Confagricoltura, della crescente incertezza sulle prospettive di crescita economica mondiale, causata dalla crisi della Libia e ora anche dalle conseguenze dei disastri naturali che hanno colpito il Giappone. Molti investitori hanno scelto questo momento per realizzare profitti, liquidando i contratti derivati dai futures delle materie prime agricole, e acquistando nuovi contratti derivati dai futures del petrolio, che hanno registrato un aumento rapidissimo del prezzo.

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